Associazione e sodalizio: la vera differenza la fanno le persone

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Di recente mi è capitato di leggere alcuni post su Instagram dal tono allarmistico, che volevano promuovere il concetto che, nel mondo BDSM, le associazioni siano intrinsecamente più sicure dei gruppi anonimi. Ora, c’è sicuramente da spiegare cosa si intende con il termine “gruppi anonimi” e c’è da fare attenzione nel modo in cui si fanno questi appelli e si presenta sia la problematica che la soluzione.

Qui di seguito ho voluto riportare le immagini che mi sono capitate nel feed e che mi hanno colpito per il loro terrorismo psicologico sotteso al messaggio che si voleva dare. Sono titoli che spingono su un forte dualismo, che spaccano le opinioni perchè tendono ad estremizzare il tutto. Il messaggio che viene comunicato è chiaro: le associazioni sono meglio dei gruppi anonimi. Le frasi che vengono inserite a supporto di questa tesi sono molto forti e le accuse fatte a quelli che vengono chiamati “gruppi anonimi” sono pesanti.

La domanda che, da persone dotate di un proprio cervello funzionante, dobbiamo farci è: è davvero così? Andiamo per gradi.

Associazioni e gruppi anonimi nel mondo BDSM: di cosa parliamo?

L’associazionismo in Italia è regolamentato da una serie di leggi e norme, a partire dall’art. 18 della Costituzione per arrivare al d.l. 117 del 2017, giusto per citarne alcuni. Le associazioni possono essere di vario tipo e hanno obbligatoriamente una struttura democratica che prevede l’elezione di un direttivo che la amministri e ne governi le decisioni.

Negli ultimi anni sono state fatte una serie di modifiche di base a tutto il terzo settore, con lo scopo di fare chiarezza e rendere più trasparente il mondo della associazioni, perchè spesso sono state e vengono utilizzate per scopi non propriamente in linea con i principi dell’associazionismo. Sono stati quindi predisposti appositi elenchi obbligatori come il RUNTS (Registro Unico Nazionale Terzo Settore) o il RASD (Registro Associazioni Sportive Dilettantistiche) proprio per dare degli strumenti per monitorare e verificare le attività delle singole associazioni e farle emergere da una situazione grigia dal punto di vista legale, assicurativo, lavorativo e fiscale.

I gruppi anonimi sono anch’essi espressione della libertà di associazionismo prevista dalla costituzione. Si tratta di sodalizi spontanei di persone che hanno gli stessi interessi o perseguono gli stessi scopi. Nono sono strutturati o ufficializzati, ma non per questo sono automaticamente pericolosi. Esempi di sodalizi di questo genere con cui più o meno tutti abbiamo avuto a che fare sono gruppi che organizzano un viaggio insieme e, in fondo, tutte le comitive di ragazzi o adulti che si formano attorno a qualche interesse comune, dalle uscite in moto della domenica agli appassionati di qualche sport.

Anche nel mondo BDSM ci sono associazioni e sodalizi. Non c’è bisogno certo di costituire un’associazione per gestire un forum o una community online, un gruppo su Fetlife o Facebook, una chat di Telegram o per organizzare un aperitivo, una pizzata o un munch. Nella stragrande maggioranza dei casi, soprattutto per gli eventi di persona, si tratta di gruppi piccoli di poche persone, che prevedono una mole di lavoro e gestione giustificata solo da uno spirito comunitario più che da interessi economici.

Associazioni e sodalizi: accuse e mezze verità

Bisogna fare una premessa doverosa: le associazioni o i sodalizi sono fatti di persone. Esistono persone corrette e persone scorrette. Questo fatto non ha nulla a che fare con la eventuale forma giuridica in cui è costituito il gruppo di persone. Chiunque sia pratico di associazionismo conosce tantissimi casi in cui ci sono state associazioni che si sono comportate in modo assolutamente deplorevole. Allo stesso modo ci sono gruppi e sodalizi spontanei di persone improntati sui più alti standard di correttezza e rispetto reciproci.

Far passare l’idea che le associazioni, per il solo fatto di essere state costituite siano automaticamente migliori è una falsità. In ambito BDSM ci sono stati tantissimi casi di episodi più o meno gravi avvenuti all’interno di associazioni in ogni angolo d’Italia che dimostrano quanto le associazioni siano spesso dei “paraventi” utilizzati e gestiti con molta superficialità.

Per non parlare poi del fatto che molto spesso è comunque difficile se non impossibile sapere chi siano le persone realmente a capo di un’associazione. Infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, non viene depositato un documento ogni volta che viene rinnovata la carica del Presidente. Certo, ogni Socio di un’associazione ha diritto di informarsi e chiedere chi sia il Presidente, ma spesso ci si trova davanti a persone che non si conoscono, soprattutto quando l’associazione è grande o è attiva su più fronti. C’è poi anche da considerare il caso, non del tutto remoto, in cui a Presiedere un’associazione sia un vero e proprio prestanome. In quel caso, il fatto che il nome e cognome del Presidente sia noto, non aiuta certo a garantire la tutela degli associati.

Quindi possiamo dire che, a parte qualunque altra considerazione, che ci sono associazioni e associazioni e ci sono sodalizi (o “gruppi anonimi”) e sodalizi. La differenza la fanno le persone. Sono a loro che va data, in modo consapevole ed informato, la nostra fiducia.
Vogliamo ricordare quello che è successo anni fa con le associazioni BDSM Italia e BDSMRoma e la sciagurata gestione da parte dell’allora direttivo che ha portato alla loro chiusura (oltre che alla sparizione miracolosa della cassa)? Ne trovate alcuni resoconti in articoli presenti su questo sito QUI e QUI.

L’anonimato non è legge, la privacy si

Questa frase, così come è scritta è una storpiatura giuridica. Ci sono moltissimi casi in cui l’anonimato non è solo utile, ma è un diritto garantito per legge. Dalle donazioni di organi, al dare in adozione un figlio, dal voto al diritto all’anonimato in rete di cui si dibatte proprio negli ultimi anni. Quindi l’anonimato in sè non è un male: come per tante altre cose è il suo uso o il suo abuso che lo rende pericoloso. Facciamo un esempio: se io online insulto qualcuno, il reato che compio non è quello di essere anonimo e nascondermi dietro un nickname di fantasia, ma è quello di insultare. Il reato è lo stesso sia che io lo faccia presentandomi con il mio nome e cognome, sia che io lo faccia con un nickname.

Allo stesso modo, la tutela della privacy (è la tutela ad essere disciplinata per legge) presuppone anche tutta una serie di norme e passaggi molto specifici. Ad esempio, la raccolta di dati e informazioni personali sul sito di un’associazione può essere fatta in molti modi, alcuni dei quali (ad esempio i form di Google) possono presentare una condivisione dei dati anche con terze parti. La tutela della privacy e il GDPR prevedono che si debba informare l’utente di quali dati vengano conservati, come e chi sia il responsabile per il loro trattamento.

Molte associazioni sono ben lontane dal rispettare queste normative o dal preoccuparsi di tutelare la privacy. Per assurdo, l’essere un’associazione OBBLIGA al rispetto di questa tutela e non può essere opzionale. Un’associazione che non segua le norme previste dal GDPR, ad esempio, è sanzionabile e le multe possono essere anche salate.

Nei sodalizi, non c’è un obbligo di legge nella gestione dei dati, ma non vuol dire che non vi sia un obbligo al rispetto della privacy altrui. Questo significa che ognuno dei membri di quel sodalizio è responsabile dell’uso che fa dei dati personali degli altri di cui viene eventualmente in possesso e ne risponde di fronte alla legge.

L’anonimato kinky uccide

Quest’altra infografica è accompagnata, giusto per rincarare la dose da altre tre affermazioni molto forti: “I gruppi anonimi favoriscono il revenge porn. I gruppi anonimi coprono gli abusi. I gruppi anonimi rubano i tuoi dati.” Continuo a notare il fatto che si parli di “gruppi anonimi” come se fossero un’entità omogenea e ripetibile. Eppure qui li si sta mettendo di fronte a dei reati contro la persona (il revenge porn, gli abusi o il furto di dati) che possono essere compiuti da chiunque, in qualunque contesto. Il revenge porn, termine che ormai viene sostituito dal più corretto pornografia non consensuale (NCP), è un reato compiuto da una persona, il che rende ininfluente il fatto che questa persona faccia parte di un’associazione o di un sodalizio di persone.

Gli abusi (che siano minacce, vessazioni, stalking o cose ancora peggiori) sono anch’essi portati avanti per lo più da singoli individui o da un gruppo di persone decise a commettere un atto violento. Il problema, semmai, è se questi abusi vengano commessi all’interno stesso dell’associazione. Ma anche lì, le responsabilità sono sempre individuali. Facciamo un esempio per spiegare meglio questo punto. Se durante un evento sociale, una persona dà un pugno ad un’altra persona, la colpa di chi è? Cambia qualcosa se ciò è avvenuto durante un’assemblea di un’associazione o durante un incontro in un luogo pubblico promosso da un sodalizio? Ovviamente no. La querela della parte lesa è fatta nei confronti di chi ha tirato il pugno.

Quello che bisogna capire è che cosa avviene dopo un episodio del genere. Non c’è bisogno di un’associazione perchè una comitiva di persone decida che chi ha tirato il pugno non è più il benvenuto tra di loro: basta non invitarlo più ai prossimi appuntamenti. Ancora una volta la storia del BDSM ci insegna che ci sono stati tantissimi casi in cui i sodalizi si sono comportati così. E anche tanti altri casi in cui la stessa cosa è stata fatta, con mezzi magari più ufficiali e seguendo un iter più elaborato, da un’associazione. Ma il risultato è stato il medesimo. Succede sempre? Purtroppo no. E anche in questo caso, si possono fare esempi (negativi) che coinvolgono associazioni o sodalizi.

La questione relativa al furto dei dati è alquanto delicata. Quando io esco con il gruppo di amici motociclisti che si mette d’accordo su dove andare attraverso un gruppo Facebook, io con la maggior parte di loro condivido solo poche informazioni: come ci chiamiamo, magari il numero di telefono, con qualcuno con cui siamo un po’ più in confidenza magari anche informazioni personali tipo dove siamo nati o che lavoro facciamo. Quando si parla di “furto di dati” si intendono, solitamente cose molto più importanti di dove siamo nati. Si parla di password, di numeri di conto o di carta di credito.

Questo può succedere nel gruppo di mototurismo? Difficilmente, proprio perchè le informazioni condivise sono di scarso valore per un ladro di dati. Può succedere in un’associazione? Anche qui difficilmente, sebbene le associazioni trattino di default una quantità di informazioni personali maggiore e pertanto siano tenute per legge a conservarle in modi più sicuri.

Quindi di che dati si parla? Un numero di telefono “rubato” per poter inviare messaggi o fare proposte? Sono cose che sono successe anche da parte di cassieri del supermercato. Tutti comportamenti scorretti, nessuno lo nega, ma, ancora una volta, sono comportamenti che esulano dal fatto che si sia parte di un’associazione o di un gruppo spontaneo di persone.

Ricordiamolo ancora una volta: le persone cattive, scorrette, non etiche sono ovunque…

Dualismo associazioni-gruppi anonimi

L’ultima infografica presenta un confronto diretto su alcuni punti importanti e allo stesso tempo contiene una serie di passaggi errati, forzati o denigratori.

Le associazioni sono enti legali con impegni e nomi pubblici“. Posto che, come abbiamo detto all’inizio, anche i sodalizi di persone sono perfettamente legali, non vedo come il fatto che le associazioni abbiano un atto costitutivo depositato influisca sul fatto che poi si adoperino sicuramente a seguire la legge a tutela della privacy. Ho già fatto presente come questo non avvenga “automaticamente” nella associazioni, spesso non per cattiveria, ma per ignoranza delle procedure, per superficialità o semplice distrazione.

Sul discorso del “reale supporto comunitario” trovo una piccola forzatura, pur essendo fondamentalmente d’accordo. Infatti non mi è chiaro in cosa consista il “supporto pratico” a cui si accenna. Chiariamo un altro punto: le associazioni non offrono “supporto psicologico“, perchè quello è di pertinenza di professionisti specializzati. Semmai l’associazione può agevolare il contatto con professionisti particolarmente esperti su tematiche particolari (es. parafilie e disturbi parafiliaci), ma, come viene giustamente detto, non è una cosa che fanno tutte le associazioni e più che molte, direi soltanto alcune. Allo stesso modo, non è affatto detto che tali contatti con gli stessi professionisti non li possano avere anche i singoli membri di un sodalizio. Non si tratta di segreti nascosti e, anzi, una qualsiasi persona minimamente attiva in una qualsiasi realtà locale ha sicuramente contatti diretti o è in grado di fare da sponda (i famosi 6 gradi di separazione valgono anche nel mondo BDSM) per trovare il contatto necessario.

L’ultimo punto, la presunta “reale sicurezza in caso di reato” è forse l’errore più macroscopico di tutti. I casi in cui le associazioni non hanno tutelato persone che si sono infortunate, o che hanno subito abusi più o meno gravi sono tanti e ben documentati. Allo stesso modo è palese l’incapacità delle singole associazioni di poter legalmente intraprendere delle azioni congiunte nei confronti di chi si sia reso colpevole di comportamenti scorretti. Ogni associazione è infatti un contenitore a sè stante che non comunica con le altre.

Questo vuol dire che un’associazione presa singolarmente può fare tutti gli sforzi possibili per tenere lontani individui molesti o pericolosi, ma non può impedire che quelle stesse persone vengano accettate altrove.

Conclusioni

Piuttosto che fare terrorismo facendo disinformazione e cercando reazioni “di pancia”, bisogna insegnare a riconoscere i comportamenti scorretti o predatori, spiegare quali sono le red flag dei singoli individui prima ancora che scagliarsi su gruppi solo per promuovere un’idea -errata- che un’associazione sia intrinsecamente migliore e più sicura. Anzi, così facendo, si rischia di dare un falso senso di sicurezza, facendo magari abbassare la guardia anche là dove non si dovrebbe.

Quando avevo organizzato la Rome BDSM Conference, avevo voluto che nelle premesse delle regole dell’evento fosse scritto chiaramente che il semplice fatto che una persona fosse un relatore, un collaboratore o un’organizzatore stesso della Conference non doveva mai essere considerato come un attestato di correttezza e che ognuno era sempre responsabile di valutare direttamente le capacità e la validità della persona con la quale si apprestava ad interagire.

Allo stesso modo, piuttosto che scagliarsi contro i mulini a vento o fare terrorismo psicologico, credo sia sempre più efficace dare dimostrazione di avere un’etica superiore a quella degli altri. L’esempio è la chiave che attira le persone che si identificano in quei comportamenti virtuosi.