sex worker

Il fenomeno dei sex worker sono un diffuso in tutti gli angoli del pianeta che accompagna la storia dell’umanità fin dai suoi albori. Benchè la maggior parte siano donne, vi è anche una fascia di sex worker transessuali e anche una minoranza di genere maschile rivolta tanto al mercato etero che gay. Oggigiorno ci sono diversi approcci che le varie nazioni utilizzano per cercare di controllare la prostituzione, limitarla o reprimerla. Tuttavia il dibattito è ancora aperto su quali possono essere i modi migliori di affrontare e risolvere la questione.

In Italia la legge fondamentale del settore è la legge Merlin del 1958, che ha sicuramente ridotto il numero delle prostitute. Almeno fino all’avvento del fenomeno delle prostitute migranti provenienti dal sud del mondo, che ha evidenziato come la domanda di prostituzione fosse soltanto quiescente.

Aggiungerei anche che il panorama del sex working sia più articolato di quanto fosse in passato e di quanto probabilmente pensano i legislatori. Almeno stando al modo in cui stanno tentando di gestire la problematica. Parlando a livello generale, esiste la prostituzione di strada, i bordelli, le escort e le ragazze che ricevono clienti in casa propria o a casa loro/hotel, le camgirl, le Prodomme, i/le proslave, le Findomme, le fetish-girl e ancora altre sfaccettature minori. L’avvento di internet, la sua diffusione capillare e l’utilizzo degli smartphone hanno reso accessibile il mondo della prostituzione anche in mobilità, in qualunque momento e da qualunque luogo.

Il sex trafficking e differenti tipi di prostituzione

Da notare che il sex-trafficking interessa in modo principale le prostitute di strada, una parte consistente di quelle nei bordelli, ma è assente negli altri casi. La differenza è che in tutti gli altri casi non vi è un ruolo centrale del mediatore, del pappone, del gestore del bordello, etc.

In quei casi i sex worker possono essere contattati direttamente dal cliente, perchè internet dà ad entrambi i mezzi per saltare tutti i passaggi intermedi. Possono scegliere quando e quanto lavorare, possono rifiutare un cliente e le sue richieste. Domanda ed offerta si cercano e si incontrano tramite piattaforme virtuali oppure direttamente nel caso in cui il/la sex worker abbia un suo sito, pagina social o quant’altro. E, come ipotizzerò in seguito, più si allontana la prostituzione dall’essere l'”ultima spiaggia”, la soluzione per avere soldi “facili”, tanto più la si trasforma in una professione, con doveri, ma anche diritti.

Infatti al giorno d’oggi, il fenomeno della prostituzione online è in forte ascesa e interessa fasce di persone anche molto giovani che sono disposte a vendere una foto o un capo d’abbigliamento per potersi permettere quello che la paghetta di mamma e papà non può concedere loro. Questo fenomeno apre un ulteriore squarcio sui rapporti all’interno di un nucleo familiare e su come tutto questo avvenga sotto gli occhi distratti dei genitori.

Un nuovo tipo di sex worker: le baby squillo

Le cronache degli ultimi anni, hanno fatto emergere anche il fenomeno delle baby squillo. Minorenni che si prostituiscono in quartieri benestanti, in cambio di gadget e accessori alla moda. I clienti sono per lo più professionisti e persone di status socioeconomico medio-alto. Le baby squillo sono in età adolescenziale e manifestano atteggiamenti confusi in merito alla loro sessualità. Atteggiamenti che sono il risultato, da un lato, di messaggi mediatici che incentivano un comportamento disinibito quale comportamento “vincente”; dall’altro rispondono a un contesto relazionale in cui le comunicazioni tra pari sono sempre più virtuali e quelle con gli adulti di riferimento sempre più assenti o fragili.

L’obiettivo dei governi: la lotta al sex trafficking

L’obiettivo comune di tutti i governi è quello di combattere i fenomeni della tratta e della riduzione in schiavitù a cui molte donne, provenienti soprattutto da aree depresse, sono sottoposte contro la loro volontà e ricorrendo a minacce, ricatti e violenze di ogni tipo. La lotta al sex trafficking è un obiettivo che accomuna e interessa anche le sex worker in prima persona. Non si deve pensare che vi sia uno schieramento di fronti tra stato-legalità e prostitute che “vogliono” essere sfruttate o trattate da schiave del sesso. Chi è vittima del sex trafficking è, appunto, per prima cosa, una vittima e come tale va tutelata e, a volte, salvata.

Lo sfruttamento della prostituzione è un atto riprovevole, che crea una catena di sofferenza e di oppressione. La lotta al sex trafficking ha portato a soluzioni estreme alcune nazioni, come gli Stati Uniti, che ha promulgato leggi come SESTA (Stop Enabling Sex Traffickers Act) e FOSTA (Fight Online Sex Trafficking Act). Queste leggi colpiscono in maniera indistinta l’intero settore del sex working, con conseguenze non sempre positive.

Non voglio dire che sia un po’ come amputare un arto per via di un’unghia incarnita, ma voglio spiegare come queste leggi spingono le sex worker ad un livello meno visibile e tutelabile.

Backpage e la genesi delle leggi americane SESTA E FOSTA

SESTA e FOSTA sono due leggi nate per contrastare fenomeni di sfruttamento. Lo fanno, però, spostando la responsabilità per potenziali situazioni di sex trafficking sui siti e i gestori di contenuti.

Le leggi nascono dallo scandalo di Backpage, uno dei più grandi siti di annunci negli Stati Uniti, con una sezione per adulti. Come ha ammesso lo stesso CEO Carl Ferrer durante il processo, molti degli annunci e delle pubblità, erano dichiaratamente relativi a prostitute. Molti, ma non tutti. Alcune denunce relative al sex trafficking coinvolsero il sito, perchè quelle persone vittima di tratta erano state “pubblicizzate” dai loro sfruttatori proprio su quel sito.

Il risultato però è che le nuove leggi non colpiscono direttamente i trafficanti del sesso, come sarebbe logico, ma i siti e i vari forum che possono essere utilizzati per la pubblicità di servizi legati alla prostituzione. Il governo americano responsabilizza direttamente i gestori di qualunque sito che pubblica contenuti creati da parte di terzi (come appunto i siti di annunci). Certo, è giusto sensibilizzare e coinvolgere nella lotta al sex tafficking tutti quanti, ma questo approccio risulta alquanto ingiusto nella sostanza. Nessun altro settore commerciale vede gli intermediari puniti in questo modo per reati commessi da altri. Vi immaginate se il gestore di un’armeria negli USA venisse accusato insieme a chi ha usato una sua arma per commettere un reato?

Le conseguenze immediate negli USA

A seguito di queste leggi, molti siti hanno dovuto chiudere, ridurre o modificare radicalmente il loro approccio ai contenuti sessuali. Infatti SESTA e FOSTA stabiliscono che ora è un crimine per una piattaforma il “promuovere o facilitare la prostituzione di un’altra persona“. Non importa se sia un atto volontario come quello di una escort che lavora autonomamente. Per quelle leggi, un atto sessuale consensuale tra adulti ed il traffico del sesso sono la stessa cosa.

Craiglist (altro sito di annunci diffuso a livello mondiale) ha rimosso del tutto la sezione degli annunci personali per evitare il rischio di multe e azioni legali. Avete letto bene: non ha rimosso la sezione perchè era fuorilegge. L’ha fatto perchè non era possibile verificare ogni singolo annuncio e quindi il bilancio costi-benefici è stato ritenuto negativo. Per tornare all’analogia di prima, pensate che un armeria scelga di continuare il suo business se rischiasse di essere coinvolta direttamente nei reati dei propri clienti?

Gli effetti per i sex worker

Queste leggi non minacciano solo i grandi colossi del web. Se persino loro hanno deciso che è troppo rischioso mantenere attivi dei servizi che creavano un profitto, come possono sopravvivere siti più piccoli, minacciati dalle stesse multe e sanzioni? Negli USA una legge chiamata Section 230 proteggeva le piattaforme online dalla responsabilità per quanto detto e scritto dai loro utenti. Pensate alla mole di contenuti che ognuno di noi scrive sui social. La Section 230 lasciava al singolo la responsabilità di quello che scriveva. Con il SESTA e FOSTA, la Section 230 viene profondamente menomata e limitata.

Va detto che esistevano siti e forum negli USA utilizzati anche per scambiare informazioni che aumentavano la sicurezza dei sex worker sul lavoro. Uno degli utilizzi più utili di questi siti era lo scambiarsi informazioni sui clienti che avevano creato problemi o che avevano aggredito altre sex worker. Quello che adesso escort, prostitute e sex worker in genere temono è che questa manovra radicale metta a repentaglio la loro sicurezza.

Proviamo a fare un esempio più simile alla nostra esperienza italiana e pensiamo un attimo alla carta stampata. Chi di voi apre un quotidiano, troverà prima o poi da qualche parte una sezione relativa agli annunci. E troverà anche una sezione relativa agli “Incontri” o “Relazioni sociali”, con un susseguirsi di annunci del tipo “AAA nuovissima, completissima, massaggi da urlo”. Secondo voi sarebbe giusto che per regolamentare questi annunci si fosse costretti ad eliminare l’intera sezione dove magari c’è anche “Pensionato vedovo cerca amica coetanea per amicizia e compagnia”? Eppure è quello che sta succedendo.

L’impatto a livello internazionale: l’esempio di Facebook e Fetlife

Le leggi SESTA e FOSTA non coinvolgono solo le aziende e i siti “americani”. Poichè il sex trafficking opera a livello globale, la legge coinvolge qualunque sito, indipendentemente dalla sua ubicazione, che si rivolga anche alla clientela negli USA. Ma anche se riguardassero “soltanto” i siti made in USA, dobbiamo comprenderne la portata, visto che spesso siamo noi utenti che li utilizziamo anche dall’estero. Facebook ha già adottato una politica molto più restrittiva per quanto riguarda i temi collegati alla sessualità e all’adescamento. Ma non si è limitato a questo. Ha bannato anche “l’adescamento implicito“, che include l’uso di uno slang con riferimenti sessuali, la richiesta di immagini di nudo, la discussione delle “preferenze del partner sessuale” e persino il dimostrare interesse nel sesso.

Le persone usano Facebook come luogo di discussione e strumento per attirare l’attenzione sui temi della violenza e dello sfruttamento sessuale. Ne riconosciamo l’importanza e vogliamo consentirne la discussione. Poniamo un limite, tuttavia, quando i contenuti facilitano, incoraggiano o coordinano gli incontri sessuali tra adulti
(dalla norma di Facebook riguardo l’adescamento)

In altre parole: si può discutere di sfruttamento sessuale, ma la discussione del sesso consensuale tra adulti resta un tabù. Questo è un tipico esempio di censura: parlare di sesso è permesso solo quando viene presentato come pericoloso o come qualcosa di cui vergognarsi. Un semplice post che parla di sesso in modo non osceno oppure il dichiarare di amarlo o averne voglia, rischia di diventare oggetto di questa censura. Fin da quando le discussioni online sono esistite, ci sono stati anche tentativi di censura nei confronti della sessualità e della sua espressione.

Sadomaso e feticismi sui social network

Facebook è una piattaforma importantissima per chi, come gli appassionati di BDSM e fetish vari, non ha molti spazi per confrontarsi sui propri interessi. Ed è preoccupante pensare che con questa nuova politica, sia possibile (non voglio pensare che possa essere anche facile) che singoli individui o gruppi intolleranti, possano utilizzare le segnalazioni per contrastare le minoranze che non amano. Questo cambio di rotta delle politiche di Facebook è avvenuto silenziosamente poco dopo l’entrata in vigore del SESTA e FOSTA. Anche senza una diretta ammissione è probabile che ne sia una diretta conseguenza.

Pensate che Facebook sia un caso isolato o che sia gestito in modo particolarmente bigotto? Pensate che abbia dato un giro di vite solo perchè è un’azienda americana sottoposta a quelle leggi? Siete convinti che il resto del mondo sia al riparo dagli effetti di quelle leggi? Vi sbagliate.

Il sito Fetlife è molto conosciuto in ambito BDSM ed è un’azienda canadese, quindi “fuori” dalla giurisdizione federale degli Stati Uniti. La stragrande maggioranza dei suoi utenti, però, è negli USA. Quindi, per non rischiare ulteriori problemi, ha dato un giro di vite alle sue politiche, bandendo qualunque riferimento allo scambio di prestazioni sessuali a pagamento. Praticamente niente più Prodomme o proslave che propongono sessioni a pagamento o pubblicizzano i loro tour o il loro tariffario.

Come affrontano il sex working e la prostituzione le varie nazioni nel mondo?

Nel mondo la situazione della prostituzione è gestita secondo modelli che variano dalla totale liberalizzazione alla totale repressione. In Italia la situazione è quella tipica del “so che c’è ma faccio finta di non vedere”, con la prostituzione che non è un reato ma non è regolamentata e con le attività di sfruttamento, induzione che sono invece criminalizzate. Questa situazione però non permette di affrontare e di risolvere tutta una serie di problematiche sanitarie, assistenziali, sociali, legali e fiscali.

Due modelli sono quelli che più di altri si sono distinti nel dibattito sulla prostituzione e sulla lotta al sex trafficking. Da una parte il modello nordico, che punisce i clienti (oltre ad eventuali sfruttatori); dall’altro il modello tedesco, in cui invece c’è un’ampia liberalizzazione del settore, con la nascita di vere e proprie catene di bordelli in tutto il paese.

sex worker e prostituzione nel mondo
La distribuzione dei vari approcci alla lotta alla prostituzione. Fonte: Wikipedia

Sistema proibizionista o criminalizzante

Il primo approccio al fenomeno della prostituzione è quello che tende a criminalizzare la prostituta, il cliente o entrambi. E’ il modello più diffuso al mondo, anche se viene applicato con modalità diverse. In alcuni paesi la prostituzione è illegale per legge e si può arrivare anche a situazioni limite come quelle di alcuni stati di fede musulmana in cui la prostituzione è punibile con la pena di morte.

Secondo questo modello, quindi, tutti gli aspetti legali alla prostituzione (offerta, acquisto, sfruttamento) sono ritenuti illegali.

Una variante di questo approccio è il modello neo-proibizionista, detto anche modello nordico, perchè diffuso in paesi come Svezia, Norvegia, Islanda, Canada e più recentemente anche da Irlanda del Nord e Francia. Questo approccio ha la sua ragion d’essere nel tentativo di ridurre il fenomeno senza gravare sulla parte più debole/vulnerabile, ovvero le prostitute. Pertanto si punisce chi acquista i servizi sessuali, ma non chi li offre. Secondo questo modello, la prostituta è vittima del mercato e non artefice.

Le contestazioni al modello nordico

Questo approccio non considera la prostituzione come qualcosa che qualcuno possa scegliere di fare volontariamente. Questo va sicuramente in contrasto, oltre che con l’esperienza diretta, con quello che si sta facendo per creare in Italia e altrove la figura assistente sessuale ai disabili, O.E.A.S. Operatore all’Emotività, all’Affettività e alla Sessualità, come portato avanti dal progetto Lovegiver. Oltretutto, il modello nordico non impedisce nè scoraggia le prostitute dall’esercitare comunque la loro professione. Quello che succede è che si sposta il rischio legale unicamente sul cliente. E sappiamo bene che se qualcuno vuole qualcosa ad ogni costo, è anche disposto a rischiare.

Il modello nordico, adottato tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, è stato preso come esempio di un valido approccio alla riduzione del fenomeno della prostituzione. Secondo alcune ricerche ha effettivamente ridotto il numero di prostitute e, soprattutto, il numero delle violenze che le prostitute ricevevano dai clienti o dai papponi. Le motivazioni di tali diminuzioni sono articolate e molto interessanti da analizzare. Per approfondire, leggete l’articolo che analizza nel dettaglio una ricerca del 2012 sulla prostituzione in Norvegia, paragonandola ad uno studio del 2008.

La proposta di risoluzione europea del 2014 e le reazioni degli studiosi

Nel 2014 Mary Honeyball ha presentato al Parlamento Europeo una proposta di risoluzione che racchiude dei dati riguardanti i risultati ottenuti dal modello nordico. Tuttavia un gruppo di 560 Associazioni Non Governative (472 in Europa e le altre da altre nazioni nel resto del mondo) e 94 studiosi ha contestato quella risoluzione. Tutti insieme hanno redatto una lettera aperta, indirizzata ai membri del Parlamento Europeo, in cui sostengono che la proposta è tendenziosa e non si basa su dati certi e che nella realtà dei fatti la criminalizzazione dei clienti non solo non è stata efficace nel ridurre la prostituzione ed il sex trafficking, ma ha anche aumentato la vulnerabilità dei sex worker e ha portato alla loro criminalizzazione.

Quello che viene contestato è il fatto che la prostituzione è solo apparentemente diminuita, ma è diventata solo più nascosta. Oppure si è spostata nelle nazioni limitrofe più tolleranti. Un po’ come succede sotto gli occhi di tutti con i bordelli nati al confine tra Italia e Svizzera o Austria. Anche in molti paesi islamici la prostituzione, fortemente osteggiata sulla carta, è tuttavia presente, con escort che viaggiano e offrono i loro servizi a clienti danarosi e discreti.

Un servizio su uno dei tanti bordelli appena oltre il confine italiano

Sistema regolamentarista

All’estremo opposto rispetto al sistema proibizionista, si trova il sistema regolamentarista. Questa soluzione tende alla legalizzazione e regolamentazione della prostituzione seguendo varie strade, come la statalizzazione dei bordelli o la creazione di quartieri a luci rosse. Il modello regolamentarista è stato adottato in Europa da Svizzera, Germania e Olanda ed è stato accolto inizialmente con grande favore.

Questo modello ha rivelato, già da alcuni anni, di non essere perfetto, in un modo anche più evidente di quello nordico. In Germania si pensa di introdurre regole per migliorare la situazione che, in un mercato completamente libero, ha creato casi limite come bordelli flat-rate e gang-party. Questi fenomeni hanno generato una situazione di rilancio al ribasso per il valore delle prestazioni sessuali e, di conseguenza, del valore stesso delle prostitute.
Il mercato tedesco è il più grande d’Europa, con una stima di circa 400.000 prostitute, di cui 90mila che esercitano nei classici bordelli e altre 72mila per strada. Si aggiungano poi circa 60mila professioniste che lavorano tramite le agenzie di Hostess, Callgirls & Callboys ed altre 170mila saltuariamente tra hotel, Table-Dance o Swingerclubs. Tenete a mente questi numeri.

I problemi evidenziati dal sistema tedesco

La Germania, pur avendo riconosciuto i problemi creati dalla prima versione della liberalizzazione, non pensa affatto di cambiare rotta. Si pensa a migliorare il tiro, inserendo una serie di controlli medici (compreso l’obbligo di usare il preservativo), limiti più stringenti per l’apertura e gestione di bordelli. Insomma, per la Germania la legalizzazione della prostituzione non si discute, ma ci sono ancora ampi margini di miglioramento per limitare i fenomeni di sex trafficking.

Uno dei dati più importanti emersi dalle varie ricerche è la presenza di un numero molto alto di prostitute provenienti da paesi del sud-est europeo. Questo fenomeno è considerato una red-flag per quanto riguarda la vulnerabilità di quelle ragazze e la possibilità che siano vittime di una macchina dello sfruttamento, che ha solo una nuova e più lucente facciata.

Internet e l’evoluzione del fenomeno delle sex worker

I due approcci descritti tendono ad ignorare completamente il fatto che una parte non trascurabile del fenomeno della prostituzione si è spostato su internet. Al momento in cui quei modelli sono stati ideati e messi in atto, internet era ancora agli inizi e l’uso diffuso e pervasivo che conosciamo oggi dei social era assolutamente inconcepibile. Gli stessi dispositivi (telefonini in primis) oggi sono diventati un modo per restare sempre connessi con il resto del mondo. Prostitute comprese.

Molti sex worker e prostitute gestiscono il proprio business in modo autonomo, pubblicizzandosi su siti personali o portali più o meno specializzati. Lo fanno ancora anche sui quotidiani tradizionali e su siti di annunci generalisti in cui la rubrica degli annunci di “incontri particolari” è molto diffusa. In questo modo lavorano come, quando e dove vogliono, organizzando spostamenti o veri e propri tour anche a livello internazionale. Spesso nelle destinazioni di questi tour, con una fitta agenda di appuntamenti, ci sono anche nazioni in cui la prostituzione è illegale. E’ assurdo pensare che queste persone non vivano il loro lavoro come una scelta consapevole e volontaria. Non vi è alcuna costrizione e alcun obbligo. Sono dei perfetti imprenditori e imprenditrici di sè stessi.

Tra le caratteristiche di questo fenomeno c’è il fatto che questo flusso di sex worker indipendenti spesso non finisce nelle statistiche ufficiali. Questo anche proprio per via dei loro frequenti spostamenti da una città all’altra per poter risultare sempre come una novità e attrarre più clienti. Un’ulteriore fetta di sex worker è rappresentata dal mondo delle cam-girl e delle produzioni video amatoriali. A volte i video vengono girati su specifico copione del cliente che li ordina e hanno un mercato molto florido, stando ai big data di siti come Clips4sale.com.

I clienti delle sex worker: chi sono, cosa cercano e perchè?

Quanto di parla di prostituzione, che sia lotta o supporto a questo fenomeno, si parla sempre di sex worker e non di clienti. La legge, in Italia, tutela e protegge il cliente (anche ignorandolo) da sempre. Negando la reciprocità si nega la comune responsabilità.

Invece è utile capire soffermarsi e riflettere che l’offerta di prostituzione esiste perchè esiste una richiesta di prostituzione. Perchè ci si rivolge ad una prostituta? E cosa si può fare per intervenire per controllare questo fenomeno? Diciamolo subito: in Italia siamo sicuramente dei grandi fruitori di prostituzione e siamo anche tra i primi per flussi di turismo sessuale nel mondo. Tolta un attimo la quota marginale di persone con conclamate parafilie, chi sono i clienti che alimentano il mercato?

Nel 2014, il Gruppo Abele organizzò un seminario dal titolo “Il cliente, questo conosciuto…” Ne emerse che i clienti erano uomini di tutte le professioni, ma in prima fila c’erano militari, marinai, pescatori, camionisti, lavoratori immigrati, uomini d’affari. Italiani, eterosessuali, con buona istruzione, adulti. Con l’avvento del Viagra c’è stato negli ultimi anni anche un aumento dei clienti anziani. La metà sono sposati. Sono uomini normali. Non c’è quindi una tipologia precisa di cliente. Chiunque può esserlo, per quanto “normale” possa sembrare la sua vita.

“Sono uomini che considerano il rapporto con la prostituta come ‘complementare’ a una relazione stabile – spiega Mirta Da Pra Pocchiesa, giornalista, responsabile del Progetto Prostituzione e tratta delle persone del Gruppo Abele – e uomini che nel rapporto con la prostituta vedono l’unico rapporto possibile per loro, in quanto ritengono di avere difficoltà relazionali e affettive con le donne ‘normali'”.

Molti clienti pagano fino a tre volte il costo della tariffa normale per avere rapporti non protetti. Poichè la metà di essi è sposata, questo comportamento a rischio espone non solo sè stessi, ma anche la propria compagna, con ripercussioni sul campo medico e sociale non indifferenti.

Le motivazioni del cliente

Durante lo stesso seminario sono emerse le più svariate motivazioni del ricorso alla prostituzione e la lista dei “perché” è lunghissima. Eccone alcune

  • Perché con loro possono provare cose che le mogli e le fidanzate non concedono quasi mai, per non essere considerate delle puttane
  • Perché una donna per eccitarsi ha bisogno di sensualità, amore, passione… Un uomo ha bisogno solo di sesso e di una donna attraente davanti. È la natura
  • Perché molte donne sono inibite e hanno ancora riserve stupide su determinate pratiche e/o posizioni e fanno accrescere nei propri uomini complessi incredibili sulla liceità di certi desideri
  • La donna che paghi subito è quella che ti costa meno
  • Perché quando voi andate con i gigolo dite che lo fate per solitudine e vi sentite perfettamente giustificate e quando invece è l’uomo a pagare per certi servizi, allora è per forza un pervertito?

Intervenire con l’educazione e non con la repressione

C’è da fare un grosso, enorme lavoro alla base: in famiglia e nelle scuole. Bisogna educare alla sessualità, ma anche all’affettività. E’ necessario che le nuove generazioni -di ambo i sessi- migliorino il loro approccio con la sessualità e i rapporti con l’altro sesso. Il modello svedese punisce il cliente, ma non risolve il problema. Senza un lavoro più profondo a livello culturale e di costume sociale, non si riuscirà a ridurre la richiesta di prostituzione.

Mirta da Pra, responsabile dell’area Vittime del Gruppo Abele

Riflessioni su possibili approcci alternativi

E’ innegabile che il fenomeno della prostituzione esista da millenni e continuerà probabilmente ad esistere per molto tempo ancora. L’idea che un approccio repressivo possa fermare la ricerca e l’offerta di mercimonio è utopistico. In vari tempi, luoghi e modi questo tentativo è stato già fatto ed ha sempre fallito. Anche nei paesi più repressivi al giorno d’oggi esiste un mercato di domanda e offerta di prostituzione. E’ solo una questione di giusto prezzo.

Dobbiamo accettare il fatto che esiste sicuramente il fenomeno del sex trafficking, ma esiste anche il fenomeno della prostituzione volontaria.
Regolamentare solo il fenomeno su strada o nei bordelli ed ignorare completamente quello su web o trattare tutti come se fossero la stessa cosa è, secondo me, un approccio obsoleto. I dati sul mercato della prostituzione tedesco ci dicono che taglieremmo fuori una fetta considerevole di sex worker. Su 400.000 sex worker, meno della metà, ovvero circa 160 mila esercitano nei bordelli o per strada. La maggior parte lavora in modo diverso, spesso indipendente, appunto.
Dobbiamo considerare la differenza sostanziale riguardante la libertà di scelta che hanno queste persone. Non si può negare infatti che esiste comunque una fette di sex worker che sceglie consapevolmente ed in piena autonomia di fare questo lavoro.

Perchè i sex worker scelgono questo mestiere?

Non mi risulta ci siano studi ufficiali che analizzino le varie motivazioni che portano una persona a scegliere questo lavoro. Sarebbe sicuramente interessante poter disporre di un’analisi di questo tipo e se qualcuno ha dei dati attendibili, li condivida qui nei commenti.

Non voglio fare sociologia spicciola perchè il fenomeno della prostituzione è estremamente complesso, quindi mi limiterò a condividere le mie ipotesi, ma anche i miei dubbi e speranze.

La domanda da cui sono partito è “Posto che la prostituzione possa essere una scelta e non una costrizione, che tipo di prostituzione sarebbe quella più etica?“. Prima di tutto vorrei davvero che la prostituzione fosse una scelta libera, il che vuol dire anche libera dal bisogno.

Pensare di fare la prostituta perchè si è con le spalle al muro è il primo passo per rendere qualcuno vulnerabile e schiavo di qualcun altro, anche con dei lavori “regolari” (e qui mi viene in mente il caporalato e tanti altri casi di sfruttamento e vera e propria schiavitù, con tanto di organizzazioni che sfruttano il bisogno di tanti altri). E’ un obiettivo raggiungibile? Si può in qualche modo far sì di evitare che le donne pensino di fare le prostitute solo perchè è qualcosa che “permette di guadagnare un po’ di soldi in poco tempo”? Sicuramente questo modo di vedere la prostituzione è anche legato al fatto che -in Italia- è in una zona grigia in cui non vi sono controlli fiscali e quindi tutto quello che si guadagna lo si mette in tasca. Il che è già di per sè una bella tentazione.

Sex worker: tasse si, diritti no

Il fatto che ci siano donne economicamente disperate che vedano nella prostituzione una scelta necessaria e non volontaria, deve essere affrontato a livello politico e sociale. La prostituzione non è mai facile (dal punto di vista emotivo e psicologico) quando non è una scelta.

La prostituzione è degradante proprio perchè è considerata dalla società un lavoro che non richiede alcuna qualifica, che chiunque possa fare, basta avere dei genitali. Tutti i lavori che percepiamo come “non qualificati” sono considerati svilenti e chi li fa è considerato un cittadino o un essere umano di serie B. Lo stigma che accompagna la prostituzione è difficile da eliminare. Se aggiungiamo a questo il fatto che sia vista come l'”ultima spiaggia” per riuscire ad arrivare a fine mese, il quadro della degradazione è completo. E’ possibile spezzare questo circolo vizioso? Prima di tutto dobbiamo imparare considerare la prostituzione come un lavoro vero. Su questo punto esiste una dicotomia non da poco tra la percezione dell’uomo della strada e quello che stabilisce la legge.

Un lavoro “vero” solo sulla carta

A Rimini l’Agenzia per le Entrate obbliga le sex worker ad aprire una partita Iva anche se quel mestiere non esiste sulla carta. Si fa riferimento a tre sentenze che dicono tutte che una prostituta deve pagare le tasse. A questo però non fa eco la garanzia di avere alcun diritto. L’Agenzia delle Entrate ha già stabilito che la prostituzione e il sex working sono un lavoro “vero” e, pertanto i proventi di quelle attività sono leciti. Di solito si fa riferimento alla voce “servizi alla persona” per indicare l’origine dei proventi. Esistono casi di cartelle esattoriali emesse basandosi sullo stile di vita di una prostituta, nel caso in cui non vi siano dichiarazioni. Ma il pagamento delle tasse non dà diritto ai benefici tipici del lavoro, a cominciare dalla pensione.

Tutti i sex worker vogliono la legalità?

Per qualche sex worker, magari, questo lavoro non è qualcosa da voler fare per tutta la vita e quindi del discorso pensione non è che se ne interessi molto. Questa fascia di sex worker è più refrattaria al cambiamento: che siano casalinghe o studentesse poco importa. Per loro la prostituzione è solo un mezzo sbrigativo per ottenere in poche ore o giorni l’equivalente di uno stipendio medio e a volte è visto solo come un modo per tirare avanti fino ad un momento in cui si potrà fare un altro lavoro. Hanno scelto volontariamente di prostituirsi, ma non si sentono davvero coinvolte con questo stile di vita, che vivono come una seconda identità. Sono anche le prime persone a disinteressarsi delle problematiche relative al sex working. A loro sta bene così. Tutto in nero, tutto di nascosto… tanto chi vuoi che lo scopra e lo venga a sapere?

Come diceva il pappone nell’intervista riportata in alto, ci sono persone che cercano il soldo facile e non hanno “voglia di lavorare”. Ancora una volta, il problema è che la prostituzione non è considerata un lavoro. In una realtà dove la prostituzione vive in un limbo, nessuno denuncia nessun altro, perchè si finirebbe per perderci tutti.

Predisporre delle regole per operare nella legalità

Poco fa abbiamo accennato a come ci siano sex worker che hanno scelto quel lavoro fino al momento in cui possono scegliere di fare altro. Garantire la possibilità di avere un’alternativa è una delle leve fondamentali per dissuadere o allontanare una persona dalla prostituzione.

Partiamo dal fatto che tante sex workers sono migranti, esattamente come le badanti, e che per renderle libere di scegliere bisognerebbe innanzitutto metterle in condizioni di esserlo. Su questo fronte, nel corso degli ultimi anni si è proposto di cancellare il reato di clandestinità, chiudere i Cie, mettere totalmente in discussione la legge Bossi/Fini e riconoscere i titoli di studio di chi varca le nostre frontiere.

Sicuramente la prostituzione sarebbe vista come una risorsa meno immediata ed appetibile se, per poterla esercitare legalmente, si dovesse seguire un iter burocratico per ottenere l’autorizzazione ad esercitare. Se non si fosse già capito credo che lo scegliere la prostituzione come “ultima spiaggia” sia essa stessa una forma di schiavitù. Credo sia giusto invece che il sex working diventi una professione a tutti gli effetti e che allo stesso tempo si continui e si inasprisca la lotta al sex trafficking. Rendere la prostituzione una professione a tutti gli effetti non vuol dire tollerare lo sfruttamento o la riduzione in schiavitù.

Per farlo sarebbe utile che ci fosse, come per tutte le professioni, una barriera all’ingresso. Al pari di altre attività, ad esempio, bisognerebbe cominciare con il dimostrare di avere un luogo adatto. Basta, quindi, a prostitute che lavorano in casa con minori o che non abbiano le nozioni di base su igiene, prevenzione o che operino in luoghi “non a norma”.

Cosa vogliono i sex worker?

Una buona parte de* sex worker non vuole essere al di fuori del sistema. Vogliono pari diritti con qualunque altro cittadino che lavora e paga le tasse. Riguardo ai cambiamenti alle attuali leggi, sicuramente vogliono che venga eliminato il reato di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, quando lavorano assieme a un/una collega. Questo è un rischio sicuramente sottostimato da molti sex worker, che reputano normale e giusto poter condividere le spese di un appartamento o lavorare insieme ad un’altra persona per aumentare la loro sicurezza. Eppure i casi di condanne per questi reati non sono pochi.

I sex worker stessi auspicano la possibilità di lavorare in zone predisposte e controllate, affinché siano ridotti al minimo i rischi e sia possibile non rivolgersi alla protezione della criminalità organizzata. Da qui la necessità di poter condividere spazi e costi con altri sex worker, senza più il rischio di essere condannati per favoreggiamento o sfruttamento. Insomma, se si trattasse la prostituzione come una vera professione, magari si eviterebbe di farla percepire come qualcosa di “facile e veloce” per tirar su un po’ di soldi a chi è disperato. Sarebbe un primo modo per far sì che venga scelta con più consapevolezza da chi vuole davvero farlo e non da chi non sa che altro fare.

Permettere ai sex worker di lavorare in imprese autonome o di condividere dei locali non vuol dire permettere lo sfruttamento nei bordelli. Io credo che il modello delle case chiuse sia ormai obsoleto e sicuramente è più esposto al rischio di infiltrazioni malavitose. Gli intermediari devono sparire o, come nel caso dei servizi internet di cui abbiamo parlato in precedenza, dovrebbero limitarsi a creare piattaforme per permettere l’incontro di domanda ed offerta. Esattamente come succede per tantissime altre professioni.

Effetti di un lavoro vero

Se dovesse cambiare il modo in cui le potenziali prostitute considerano la loro stessa professione e se si riuscisse a dare un senso di orgoglio nell’ottenere una eventuale licenza, di sicuro sarebbero le prime a non volere sul mercato la concorrenza sleale di chi esercita al di fuori della legge. Un po’ come un qualunque negoziante onesto vede di cattivo occhio un venditore abusivo di prodotti contraffatti. L’attività di prevenzione e tutela delle forze dell’ordine si avvantaggerebbe dei tanti occhi delle professioniste “regolari” che hanno un interesse diretto a segnalare le situazioni non a norma. Chi è in regola non sarebbe più ricattabile con la formula “se mi denunci io denuncio te”. Così facendo, infatti, si potrebbe tenere sotto controllo il fenomeno della concorrenza sleale o dello sfruttamento che magari fa leva sul basso costo per creare una propria nicchia di mercato.

Cosa succederebbe se…

Quale sarebbe il risultato di queste azioni? Sparirebbe davvero la prostituzione in strada? Molto probabilmente il costo della prestazione salirebbe, equiparandosi a quello delle escort (ad oggi una prostituta di strada può costare anche solo 5€ contro le centinaia di una escort). Ci sarebbero comunque variazioni di prezzo come ci sono per tutti i professionisti: ci saranno sex worker più richiesti e con prezzi più alti ed altri meno “qualificati” e più economici.

Che cosa succederebbe alla clientela? Da un lato si adeguerebbe, dall’altro continuerebbe (magari per una semplice questione economica) a cercare prostitute che si vendano per bisogno e quindi facilmente ricattabili o il cui prezzo è più facilmente negoziabile. Questo è il fenomeno che bisognerebbe colpire duramente da un lato e cercare di “rieducare” nelle generazioni future, dall’altro.

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