Affrontare il tema dei protocolli BDSM è sicuramente un lavoro impegnativo e pertanto ho deciso di suddividerlo in più “puntate”, semplificando così la comprensione dei vari concetti, ma soprattutto permettendomi di gestire più facilmente l’esposizione di un argomento così vasto. La prima di queste puntate è dedicata alla più macroscopica delle definizioni, ovvero la distinzione tra etichetta, protocollo e rituale.

Definizioni: Etichetta, protocollo e rituale

Le seguenti definizioni sono prese dal libro “Protocols – Handbook for the female slave” di Robert J. Rubel che è una lettura che consiglio a tutti quelli che vogliono cominciare ad approfondire il tema dei protocolli. Sono definizioni che condivido profondamente e che mi sembrava inutile cercare di replicare in modo innovativo. Aggiungerò poi alcune mie considerazioni e riflessioni personali per approfondire alcuni punti.

Etichetta. Rappresenta un insieme di regole che ci guidano verso il modo gentile di interagire con gli altri nel mondo. L’etichetta è legata alla cultura e alla specifica situazione/contesto. Per esempio, possiamo immaginare che la “giusta etichetta” tra i prigionieri di una prigione federale negli USA sia di un tipo completamente diverso dalla “giusta etichetta” in voga tra gli studenti di un college inglese privato. Nella sua essenza, l’etichetta rappresenta un modo di mostrare rispetto verso gli altri, mentre si dimostra la propria comprensione delle buone maniere.

Protocollo. Rappresenta un insieme di regole che governano specifiche azioni o comportamenti in una particolare situazione. Quindi, in una prigione c’è il “protocollo di messa in sicurezza” [ndt “lockdown” è la procedura che viene seguita per mettere in sicurezza una prigione dopo che si è verificata una fuga o una situazione di emergenza], mentre c’è il “protocollo per gli esami” in un college.

In temini relativi al nostro BDSM, “etichetta” può essere qualcosa che guarda all’esterno – è qualcosa che descrive il modo in cui interagisci con altri all’interno della nostra cultura. “Protocollo” è comunque qualcosa che guarda all’interno: descrivono il modo in cui il Master desidera che il/la suo/a slave faccia specifiche cose all’interno della struttura M/s [ndt Master/slave]. I protocolli incrementano il gioco e le relazioni mediante struttura, rituale e simboli.

Rituali. Sono come le tradizioni – modi in cui noi scegliamo di fare cose che sono ripetute con una certa regolarità, ma senza un set di regole che governano uno specifico comportamento. Per esempio, quando fa abbastanza fresco fuori per poter accendere un fuoco nel camino, il mio rituale serale è di avere degli stuzzichini e un drink con la mia schiava davanti al camino, mentre il mio pianoforte, comandato dal computer, suona per noi. Non è un protocollo, è un rituale.

Pubblicità

Tuttavia devo far notare come il termine protocollo venga utilizzato diffusamente oggigiorno indicando di volta in volta sia delle regole “interne” al rapporto, sia delle regole “interne” ad un gruppo più o meno ristretto di BDSMer che condividono quindi una serie di regole di comportamento. E’ il caso dei protocolli all’interno di una family, piuttosto che quelli stabiliti da questa o quella “tribe” o da questo o quell’evento o club ed in tal senso, il termine protocollo viene ad assumere un senso “intermedio” tra sè stesso e “etichetta”. Trovo corretto quindi usare i termini di protocolli “privati” e protocolli “pubblici” per distinguere i due ambiti e ridurre l’ambiguità.

I protocolli quindi servono ad uniformare, all’interno di determinati ambiti, il comportamento di più persone impegnate in relazioni diverse tra loro. E’ un po’ un minimo comune denominatore che tutte le persone facenti parte di quel family/gruppo/tribe/club/associazione etc accettano di mettere in atto.

Questo concetto può inizialmente far storcere il naso a chi pensa che ogni relazione BDSM abbia il diritto di essere unica, ma ricordo che qui non si sta parlando di modificare le regole specifiche interne al rapporto, ma solo quelle da utilizzare per essere accettati come parte di quell’insieme più grande. Ad esempio, si può continuare a preferire l’uso di un protocollo privato che preveda la libertà di movimento da parte del sub, mentre invece, quando si è in un ambito di protocollo pubblico, questo prevede che il sub abbia le caviglie legate tra loro da una catena che ne limita i movimenti. Spesso i protocolli pubblici hanno un livello di “formalità” più elevato di quello privato.

E qui bisogna introdurre il concetto di livelli di protocollo, che verrà trattato nella prossima puntata.