La sentenza del caso Mulè: il breath play è una forma di bondage?

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nicolas_poussin_033_la_sentenza_di_salomone_1649Mi è capitato di leggere, finalmente, la sentenza relativa al tristemente famoso caso Mulè in cui ha perso la vita una ragazza, Paola Caputo.  La sentenza è visibile su internet e può essere scaricata da questo link, mentre in questo altro link vi è un commento di un legale.

Ne avevo già parlato in questo articolo quando si era saputo che vi era stata una condanna per omicidio colposo. Tuttavia, leggere la sentenza mi ha fatto arricciare il naso, per più di un motivo. Cercherò di andare con ordine e spiegare perchè, alla luce dei fatti, per me sono state dette una serie di imprecisioni che possono aver alterato il giudizio.

Qui non è in ballo una guerra personale contro Soter (i suoi difensori hanno usato ogni mezzo per cercare di ridurgli la pena, come era prevedibile), ma è davvero preoccupante che durante questo processo le persone interpellate, per quanto esperte, non siano riuscite a far passare una semplice, ma fondamentale verità su cui tutti i praticanti di BDSM, esperti e non, sono d’accordo: bondage e breath play sono due pratiche ben distinte l’una dall’altra ed il fatto che possano essere fatte contemporaneamente non significa che siano della stessa natura. Non sarebbe la prima nè l’unica volta che il bondage (inteso come immobilizzazione) viene usato in contemporanea ad altre pratiche: il solletico, il knife play, il fire play, il waterboarding, etc. Lo ripeto: il fatto che due cose vengano fatte contemporaneamente non significa che siano la stessa cosa. Se ustiono una persona giocando con il fuoco non è certo perchè era legata… probabilmente l’avrei ustionata comunque perchè ho sbagliato qualcosa.

C’è da chiedersi come mai la difesa abbia cercato di far passare la tesi per cui il breath play sia una forma di bondage e come ciò influisca sul processo stesso. Andiamo per gradi.

L’imputazione era la seguente:
Per il delitto p.e p. dagli artt.584,582,583,81 cpv cp: perché-dopo averle immobilizzate con corde, legandole, altresì, per il collo a mezzo di un’unica corda fatta passare a cavallo di un tubo posto a due metri di altezza dal pavimento su cui esse poggiavano i piedi alternativamente, così che ciascuna subisse ripetuti soffocamenti e conseguente anossia celebrale diretta ad amplificare il loro piacere sessuale (in attuazione della pratica di parafilia cd. breath play o breath control)- determinava la morte di C. P. per asfissia meccanica violenta e lesioni volontarie gravi a F. F., ricoverata in prognosi riservata per impiccamento, conseguenze non volute delle lesioni volontarie inferte al collo delle predette. Ciò facendo con un’unica azione in esecuzione del medesimo disegno criminoso. ”
Quindi il gioco era proprio quello di creare un soffocamento alternato tra le due ragazze con la pia illusione di poter controllare e gestire la  situazione.

I fatti vengono descritti come segue:

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In particolare il prevenuto riferiva che, quella sera, con il consenso delle ragazze, il progetto prevedeva l’immobilizzazione delle braccia con corde; ed inoltre il passaggio di un’altra corda, che collegava il collo di entrambe, su un tubo posto all’altezza di due metri dal pavimento, con relativo nodo bloccato che doveva impedire alla stessa di stringersi intorno al collo.
Quindi il famoso gioco della “bilancia” è stato confermato. Di bondage qui c’è ben poco… Notate però come si cerchi di porre l’accento sul fatto che il nodo bloccato doveva impedire che la corda si stringesse, ma non poteva -ovviamente- impedire che tutta la corda tirasse sul collo. Per assurdo, una persona può essere impiccata anche da una corda che passa attorno al collo e che non ha alcun nodo!!

Continuando si legge:
Il M. aveva quindi proceduto a legare prima la F. e poi la C.. La F. con il braccio destro leggermente allungato verso l’altro e il braccio sinistro ritratto rispetto al corpo e parallelo al terreno. La ragazza aveva un piede leggermente sollevato da terra a circa 20 cm da una legatura e poggiava con l’altro piede per terra. F. aveva anche una corda intorno al collo, con un nodo bloccato, legata alle altre corde dietro di lei.

Successivamente il M. si adoperava a legare P. C. con le braccia dietro la schiena, in stazione eretta, con entrambi i piedi a terra. Legava alla ragazza anche una corda attorno al collo con un nodo bloccato, anch’essa a sua volta legata alle altre corde dietro di lei. Le corde utilizzate in totale erano sette. Dopo circa trenta, sessanta secondi al massimo, la C. accusava un malore, e perdendo i sensi si accasciava al suolo. Il peso del suo corpo, metteva in tensione la corda posta intorno al suo collo e le corde collegate ad essa e a quelle della F. (dai rilievi fotografici in atti sono evidenti i segni delle corde sul collo delle ragazze).

Il M., si voltava e si accorgeva che la C. era svenuta e nel perdere i sensi era rimasta intrappolata nella corda e, essendo una ragazza che pesava oltre 100 kg, aveva con il suo peso messo in tensione le corde e alzato tutto il corpo di F. dall’altra parte, che a quel punto andava anch’ella in difficoltà respiratoria. M., tentava quindi di soccorrerle, cercando un coltello per tagliare le corde, prima nella borsa della F., e poi non avendolo trovato, nella propria autovettura. Si adoperava quindi, con manovre di rianimazione a seguito delle quali la sola F. riprendeva a respirare. Si attivava infine, per chiamare soccorso, telefonando ai Carabinieri che deviavano la chiamata al servizio ambulanze.
Il malore di Paola è stato improvviso e inaspettato. Ma se si fosse trattato solo di semplice bondage, al massimo avrebbe avuto un bernoccolo o un dente scheggiato per la caduta. Invece no, c’era una corda intorno al collo perchè stavano giocando con quel tipo di sensazioni. Lo scopo era provocare un soffocamento ripetuto e alternato.

Il breath play è una pratica estremamente pericolosa ed il fatto che sia una pratica che spesso porta a conseguenze mortali è una cosa nota di cui si discute spesso nei forum e nei gruppi a tema BDSM,  non solo quando ci sono casi di cronaca famosi (si pensi alla morte di David Carradine). Il breath play può essere eseguito in vari modi, a mani nude, usando corde, sciarpe, indumenti, buste di plastica, pellicola in plastica, etc.
Ad essere super-pignoli si potrebbe disquisire che quello che noi comunemente definiamo breath play in realtà negli ambienti anglofoni viene chiamato breath control e che le due pratiche non sono esattamente la stessa cosa. Ma qui useremo il termine più ampio breath play per indicare le pratiche in cui il respiro viene inibito per periodi più lunghi di quello di un normale intervallo tra una inalazione e l’altra, provocando quindi una mancata ossigenazione del sangue e, di conseguenza del cervello. Per un’analisi degli effetti e dei rischi, rimando alla serie di saggi di Jay Wiseman http://www.jaywiseman.com/SEX_BDSM_BreathPlayMain.php.
E’ anche vero che, statisticamente, buona parte degli episodi di morte da breath play sono dovuti al fatto che si pratichi auto-erotismo e quindi si è da soli nel momento in cui si verifica una criticità, ma non sono affatto rari i casi in cui la morte di qualcuno sia avvenuta in presenza di una o più persone. Anzi, nell’ambiente BDSM, si è spesso parlato di questi episodi in passato.
E’ anche importante ribadire come non sia necessario applicare un’azione “attiva” per arrivare allo strangolamento: basta che ci sia un oggetto in grado di creare una pressione sulla parte anteriore del collo.

Esempio di predicament bondage preso da http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Predicament_bondage.jpg

E qui bisogna introdurre anche il concetto di “predicament bondage” ovvero quel genere di situazioni in cui una persona è “in stallo” tra due posizioni ugualmente dolorose: a titolo di esempio, immaginate una persona in punta di piedi con qualcosa di accuminato posto sul pavimento che la “dissuade” dall’abbassare i talloni. Allo stesso tempo, possono esserci altri sistemi di tortura (es. i capezzoli legati con delle pinzette a qualche punto fisso) che le impediscono di muoversi in altre direzioni pena il dolore dato dalle pinzette che tirano. In questo modo la persona è in una posizione estremamente faticosa, da cui non può uscire se non “arrendendosi” e chiedendo di essere liberata. Quando si effettua un predicament bondage è buona norma usare dei nodi così detti “quick release” (ovvero che si sciolgono immediatamente tirando uno dei capi) o avere a disposizione uno strumento per tagliare le corde, proprio perchè il tipo di gioco consiste nell’arrivare al limite di resistenza.
Se pensate alla situazione descritta nel capo di imputazione vedrete che questa rispecchia esattamente una situazione di predicament bondage in cui è stata introdotta la variabile del breath play. In pratica non c’è una persona che “stringe” attivamente le corde intorno al collo, ma l’architettura della legatura porta la persona legata ad applicare essa stessa una pressione sulla corda che passa sul collo.
Chi sceglie di praticare breath play in una situazione simile lo fa, come già detto, perchè il piacere è quello di arrivare al limite di resistenza e cerca di “non cedere” per non far crollare la tensione erotica sua e del proprio partner che assiste alla scena. La sfida è una sfida con sè stessi: si cerca di avvicinarsi sempre più al proprio limite prima di fermarsi. Il pericolo consiste nel fatto che il limite non è conoscibile e che, un pelo oltre quel limite, ci sono situazioni critiche in cui la morte del soggetto non è un’eventualità remota. 

Un esempio di predicament bondage associato al breath play.

Di esempi di legature di tal tipo, le produzioni foto-video su internet ne danno ampi esempi. Molto spesso vi è un’intera squadra di persone, dietro l’obiettivo, pronta ad intervenire, ma quello che lo spettatore vede è qualcosa che sembra “facile”. Ma queste scene spesso sono dei veri e propri “stunt” per creare l’effetto “WOW” messi in atto da professionisti organizzati e con sistemi di sicurezza ben definiti. Ben altra cosa dal legare alle 5 di mattina dopo aver bevuto e fumato e senza nemmeno uno strumento per tagliare le corde. Eppure anche in questi casi, con professionisti e situazioni “controllate”,  ci sono stati incidenti, di cui si è parlato nel mondo del BDSM. Me ne ricordo uno raccontato in prima persona nel suo blog da un noto rigger di Taiwan, che voleva realizzare una foto di grande effetto scenico con la modella in piedi sulle punte, le braccia legate dietro la schiena e una corda legata intorno al collo e fissata in alto. Anche in quel caso la modella ha avuto un malore improvviso causato dalla cattiva respirazione che la posizione comportava e che l’ha fatta accasciare e quasi auto-impiccare. In quel caso è stata la prontezza della troupe a salvarle la vita e se l’è cavata con delle abrasioni sul collo e un grande spavento (per chi volesse, questo è il link al blog originale in cui viene raccontato .

Come ho detto (e come sostengono i maggiori esperti nel mondo BDSM con qualifiche mediche ben superiori alle mie) il breath play ha una caratteristica che lo rende una pratica a rischio di morte: il “limite” non è prevedibile. Come dice il già citato Jay Wiseman in uno dei suoi numerosi scritti sul tema “breath play” interrogandosi su dove sia il limite di sicurezza nel breath play, è come chiedere “Fino a che punto si può stringere al massimo un bullone? Fino a subito prima che si spezzi.“, ovvero… non si sa dove sia quel limite fino a quando il bullone non si è spezzato. Wiseman più di una volta cerca di evidenziare come la pericolosità del breath play risieda proprio nella imprevedibilità del momento in cui un problema si presenta in tutta la sua gravità e di come non vi sia preparazione o esperienza che rendano accettabili i rischi di tale pratica. Il bondage gioca con le sensazioni e con il piacere, mentre il breath play gioca -spesso- con il piacere insito nel rischio stesso. Ed, ancora, si può affermare che il bondage dà piacere attraverso la sensazione di costrizione, mentre il breath play dà piacere attraverso il soffocamento. Avete mai sentito voi una persona vantarsi di essere “un esperto di roulette russa”? Come minimo lo etichettereste come uno che ama il rischio e che, finora, è stato molto fortunato.

Infatti la differenza, in termini di pericolosità, tra il bondage e il breath play è quella che intercorre tra il giocare allo schiaffo del soldato o giocare alla roulette russa. Quando si fa bondage, si possono mettere in conto vari tipi di rischio (abrasioni, piccoli lividi, compressioni dei nervi, cadute, etc), ma statisticamente l’evento “morte dovuta unicamente bondage” non mi pare si sia mai verificato (almeno… io non ne ho mai avuto notizia). Quando si fa breath play, l’evento “rischio di morte” non può essere accantonato pensando “tanto sono bravo e so quando fermarmi”. Purtroppo di gente che la pensava così ne son piene le fosse e le carceri.
Io sono il primo che rivendica il diritto di ognuno di scegliere di correre i rischi che preferisce (fumare 40 sigarette al giorno, lanciarsi con il paracadute, giocare con il fuoco, fare sesso non protetto, etc) perchè quello è il suo modo di divertirsi o quello è il suo modo di vivere la sua sessualità, ma quando si fa qualcosa è corretto capire che tipo di rischi e pericoli si sta affrontando e prepararsi di conseguenza. Non ne sto facendo una questione morale. Ma proprio per questo trovo che sia necessario che chi faccia una pratica pericolosa ne sia pienamente consapevole e accetti i rischi che comporta farla o subirla. Perchè da una parte, in caso di incidente, c’è chi rischia la galera, dall’altra c’è chi rischia la vita.

Una persona come Soter, che è stato amico intimo e collaboratore di un famoso rigger romano (che è stato pure interpellato durante il processo e che, vedremo tra poco, ha rilasciato dichiarazioni a dir poco inquietanti) e con lui ha fatto due corsi di bondage (in cui la prima cosa che si insegna è “niente corde intorno alla parte anteriore del collo”, quindi quando quelle corde le si mette… è ovvio che  non si sta più facendo bondage, ma breath play), che è stato per quasi 2 anni segretario dell’associazione BDSMRoma (associazione presieduta dallo stesso rigger di cui sopra), che è stato tra i primi collaboratori se non fondatori di una società che si chiama Bondage Management (che si occupa di organizzare eventi e corsi di bondage e che, ancora una volta, è stata fondata dallo stesso rigger di cui sopra), che ha lavorato presso un locale (gestito sempre dallo stesso rigger di cui sopra) dove si tenevano corsi e performance di bondage, non poteva non conoscere la differenza tra bondage e breath play e non poteva non sapere quali sono i rischi (intesi sia come frequenza statistica, sia come potenziale gravità degli stessi) anche mortali insiti nel fare breath play. Anche la ragazza che si è salvata, tra le due coinvolte nell’incidente, era stata, nei mesi precedenti la tragedia, una bottom dello stesso rigger di cui sopra, ha partecipato con lui a workshop sul bondage e BDSM.Questo per dire che, personalmente, dubito che anche lei non avesse mai sentito la regola del “niente corde intorno al collo” o del “abbiate sempre a portata di mano un paio di forbici di sicurezza”. Vista così la cosa sembra chiara: Soter e le due ragazze hanno scelto di fare una pratica che sapevano essere potenzialmente mortale e non del “semplice” bondage (che non prevede il passaggio di corde sulla parte anteriore del collo).

Eppure negli atti del processo ecco cosa si legge:

[…]Verso le ore 02:30 i tre decidevano di recarsi presso il garage dell’Agenzia dell’entrate, già noto ai tre, per praticare il “bondage”.
E’ evidente però, dalle considerazioni fatte qui sopra, che quello che i tre si apprestavano a fare non era più “solo” bondage, ma era anche breath play. E quello che ha causato la morte è stata la corda intorno al collo, non quelle intorno alle braccia.

La sentenza continua:

A tal proposito, si apprendeva dalle dichiarazioni dello stesso imputato e da un maestro della tecnica, noto nell’ambiente, D. L. G., che il bondage è un insieme di pratiche finalizzate ad aumentare il piacere erotico, fondate sulla costrizione fisica e sulla limitazione coatta dei sensi.

E qui non vi è nulla di sbagliato, in quanto il bondage è esattamente quello: limitare i movimenti e, in alcuni casi, anche i sensi, primi fra tutti la vista e l’udito. Però, subito dopo ecco cosa viene riportato:

Tale tecnica è praticata attraverso legature, l’utilizzo di corsetti e di cappucci ed oggetti di tipo sadomaso. In genere, la pratica si sviluppa attraverso: la costrizione di parti del corpo raggruppate o ristrette tra di loro, il collegamento delle parti stesse del corpo ad oggetti esterni, fino alla sospensione dell’individuo.
Le variazioni del bondage sono molteplici: alcune hanno anche un’espressione artistica, altre si realizzano attraverso prestazioni ad elevato coefficiente di pericolosità quali il “breath playing”, che induce ad un orgasmo più accentuato attraverso un accorto utilizzo delle corde intorno al collo, volto ad alternare la sensazione di soffocamento con il respiro.

Come?? Ho letto bene? Il breath play è stato appena definito da un maestro della tecnica una “variazione” del bondage? Per uno che, come me, si è sgolato nell’affermare nei suoi corsi, incontri, interviste etc che bondage e breath play sono due cose diverse, leggere questa frase fa davvero imbestialire.
Il maestro della tecnica, ascoltato dal giudice (in qualità di consulente della difesa?) è quello di cui si era parlato prima e che è evidentemente legato a doppio filo a Soter, al punto da essere poi chiamato anche in tv durante la stessa trasmissione “Storie maledette” a dare la sua spiegazione rassicurante di come appunto non si debbano mettere corde intorno al collo. Come è possibile che il maestro di bondage abbia preso una così grande cantonata proprio durante la deposizione al processo? Viene da chiedersi se non sia stata una cantonata, ma una scelta ben precisa per aiutare la difesa.

Più in fondo si legge anche:
[…]la tecnica del bondage è un’attività ad elevatissimo rischio, anche di vita, cosicchè può essere praticata esclusivamente da persone particolarmente esperte; circostanza questa esclusa dallo stesso imputato che ammetteva di essere alle prime armi e di aver seguito solo due corsi.

In secondo luogo la tecnica, che prevede l’utilizzo di corde attorno al collo è ancora più rischiosa ed estremamente pericolosa e può essere logicamente praticata da persone in ottimo stato fisico.

Ancora una volta, non ci siamo. Di bondage (ovvero di immobilizzazione/costrizione) non mi risulta sia mai morto nessuno. Anche in condizioni di perfetta lucidità e freschezza fisica e mentale, il breath play rimane una pratica a rischio di morte. Qui si stanno confondendo le acque e lo si sta facendo volutamente: i rischi connessi al bondage sono infinitamente meno gravi e sono in qualche modo controllabili grazie all’esperienza e abilità di chi lo esegue (direi anche coadiuvato da chi si fa legare che non va considerato mai come un pezzo di carne inerte!!). Il fatto di essere esperti o meno di bondage non sposta una virgola riguardo il fatto che non si può diventare esperti di breath play perchè i rischi sono infinitamente superiori e, spesso, assolutamente non prevedibili. Chi gioca con il breath play sa che sta sfidando la morte ogni volta che lo mette in pratica. No, non vale la scusa “l’ho fatto tante volte… sono esperto, so come fare!”.

Leggendo il resto della sentenza appare chiaro, però, quale fosse l’intento della difesa: cercare di evitare la condanna per omicidio preterintenzionale ed evitare l’aggravante del dolo eventuale (il dolo eventuale si ha quando immagino che una cosa possa accadere ma la faccio lo stesso accettandone il rischio, ovvero quando il rischio non è controllabile). Come ho avuto modo di illustrare prima, quando si parla di breath play, esperti di tutto il mondo non lo considerano come qualcosa di “controllabile”. E le numerose morti ogni anno ne sono la triste testimonianza. Allo stesso modo in cui tante altre pratiche sono dimostrate essere a rischio di morte e cio’ nonostante ci sono migliaia di persone che vi si dedicano pur di avere quella scarica di adrenalina. Fare qualcosa di mortalmente pericoloso come il breath play è una scelta consapevole.

In pratica, per farla breve, leggendo la sentenza mi pare che si sia fatto passare il breath play come una variante del bondage proprio perchè si può affermare che nel bondage i rischi sono in qualche modo controllabili e che quindi, bastava non avere l’intenzione di uccidere per poter considerare il tutto come un evento assolutamente imprevedibile. Ma è davvero così?

Che bondage e breath play sono cose diverse l’ho già affermato e, come me, lo affermano decine e decine di esperti in tutto il mondo.
Che quando si passa una corda intorno al collo con lo scopo di creare un certo grado di soffocamento si sta facendo breath play e non bondage è anche questa cosa ampiamente condivisa all’interno del mondo BDSM.
Che Soter non avesse l’intenzione di uccidere non faccio fatica a crederlo, tant’è che si è subito adoperato per cercare di salvare le due ragazze. Se è vero che ne ha uccisa una, è anche vero che è riuscito a salvare almeno l’altra.
Ma non credo affatto che non sapesse nulla in quanto “non esperto di bondage” (cosa opinabile visto il suo curriculum di grande impegno nel mondo BDSM e bondage), riguardo i rischi mortali insiti nel breath play (come se due corsi non fossero sufficienti a scolpire nella memoria delle differenze così basilari tra bondage e breath play), così come sono convinto che l’aver fatto un nodo non scorsoio per bloccare la corda intorno al collo, non voglia dire che ciò sia sufficiente a garantire che una persona non possa soffocare, visto che proprio il soffocamento parziale e alternato era lo scopo di quello che i tre avevano messo in atto. A tal proposito, negli atti si legge:
[…] l’utilizzo di corde poste intorno al collo, ossia in uno dei punti del corpo più esposti al rischio di morte repentina, non può non portare l’agente a non rappresentarsi l’eventualità di un esito letale.
Circostanza questa dal M. esclusa confidando sul fatto che i nodi fossero bloccati a distanza di sicurezza.”
In pratica per Soter bastava l’aver fatto un nodo non scorsoio per essere sicuro al 100% che nessuna delle due potesse soffocare. Ora, basta il semplice fatto che Paola sia morta a far capire che fare un nodo non scorsoio non è una misura sufficiente a garantire che con quella stessa corda non ci si strozzi. Anzi, semmai il fatto che il nodo fosse un nodo bloccato (e non ad esempio un quick release) ha impedito di poterlo sciogliere anche senza strumenti quando la corda è andata in tensione.
Potevano essere prese delle ulteriori misure “precauzionali” (badate bene… in questo caso si tratta di misure volte a diminuire le conseguenze, non a ridurre il rischio che un incidente si presenti)? Con il senno di poi si può dire di si: come già detto, si poteva fare un nodo con un quick release in modo da scioglierlo in qualunque momento. Ma si poteva anche fare un cappio sufficientemente ampio da far passare la testa, in modo da liberarla in qualunque momento anche senza l’uso di strumenti, oppure si poteva mettere una corda di sostegno che impedisse alla persona di accasciarsi o sicuramente qualcuno potrà venir fuori con qualche altra soluzione “ideale”, che però non rende più sicura (in termini di probabilità di rischio) in sè e per sè la pratica del breath play… al massimo può servire a mitigare la gravità delle conseguenze. Ma questa è dietrologia che serve a ben poco.

Poco prima, nella sentenza, è stata affermata una cosa sacrosanta:
[…]la tecnica praticata quella sera doveva necessariamente posta in essere in assoluta sicurezza. E’ emersa invece con tutta evidenza l’assoluta superficialità dell’imputato, che non aveva a portata di mano neppure un paio di forbici idonee a recidere le corde.
Tale cautela, da sola, verosimilmente avrebbe evitato che la C. accasciatasi per effetto del malore, morisse. 
Anche secondo il giudice (che non è un esperto di bondage) sarebbero bastate un paio di forbici per evitare la tragedia.

Se mai fosse stato necessario ribadirlo: mai più senza le forbici!!!

Quindi, per quelli che sono i fatti emersi, non riesco ad accettare l’idea della semplice “imprudenza”, ovvero di qualcosa che  era assolutamente imprevedibile o di cui, grazie alle proprie abilità, si poteva riuscire ad evitare o controllare. E non riesco ad accettare l’idea che il breath play sia stato considerato una semplice “variante” del bondage, abbassandone quindi la percezione della pericolosità intrinseca.

Il breath play è e rimane una pratica dall’indiscusso rischio di morte. Chi decide di farlo sa di giocare con la morte e, in parte, questo rischio fa parte del piacere stesso della pratica. Non ci sono se nè ma. Non ci sono scuse. Non ci sono “non sapevo”.
Chi va in giro dicendo che il breath play è uno dei modi in cui si fa bondage, nel migliore dei casi, sta facendo disinformazione. Se lo ha fatto per salvare il culo ad un amico, resta comunque il fatto che sa di aver abdicato a principi di etica e di onestà affermando cose non vere e nel caso ne risponderà a sua volta.
Sto cercando di ottenere in dettaglio le deposizioni degli interventi processuali proprio per capire quali sono state le cose messe a verbale con tanta leggerezza davanti ad un tribunale. Quando riuscirò a saperlo, sarò ben lieto di condividere queste informazioni.