Ogni tanto l’argomento viene fuori: dresscode si, dresscode no nelle feste BDSM. Io, negli anni ho sviluppato una mia idea.

Cominciamo con il guardare quello che avviene all’estero, dove gli eventi fetish e quelli BDSM spesso sono ben distinti. Perchè? Beh… perchè in effetti quello che muove le persone dell’una o dell’altra comunità sono ragioni diverse. Le feste fetish in genere sono eventi con centinaia o migliaia di persone, dove l’aspetto ludico del guardare e farsi guardare rappresenta un aspetto molto importante. Quindi il dresscode per questi eventi è non solo logico, ma è una chiave stessa del successo della serata e pertanto ogni club/evento spinge i propri clienti a fare del loro meglio. E quindi via con i look più innovativi, accattivanti, intriganti e sexy che ci si possa permettere. Gli eventi BDSM invece sono molto più piccoli (da poche decine a qualche centinaio nei casi più grandi) e sono focalizzati più sulle sessioni, sull’intensità delle scene che vengono poste in atto che sul look stesso di chi vi prende parte. Certo, a volte un abbigliamento può aiutare “ad entrare nel mood giusto”, soprattutto quando legati a situazioni di role-play, ma ve la vedete davvero una persona con indosso una catsuit in latex da parecchie centinaia di euro ad essere frustata, calpestata, legata con corde o catene? In molti dungeon club in giro per il mondo non vi è un obbligo di dresscode, ma le regole che regolano l’accesso sono altre e altrettanto efficaci.

Come già detto quindi, all’estero le comunità fetish e BDSM sono molto più distinte di quanto succeda qui in Italia. Sarebbe lungo andare a ricercare i motivi di tale convergenza nel nostro paese (frange di sovrapposizione tra le due comunità, necessità di raggiungere più facilmente una “massa critica” per far “funzionare” la serata, etc), quindi direi di prendere questa affermazione per vera e soffermarci ad analizzare le conseguenze di tale convergenza.

In Italia, il dresscode viene utilizzato da chi organizza un evento, oltre a come filtro per evitare che alla festa entri chi vuole solo curiosare o chi peggio, non avendo nulla di meglio da fare per la serata, ha deciso di passare una serata “allo zoo” a vedere la gente strana. Sicuramente sulla carta è un ottimo motivo, ma bisogna anche considerare il fatto che questo filtro alla fine ha le maglie molto larghe. Se ad un evento fetish all’estero il dresscode è davvero impegnativo, in Italia spesso si limita ad un banale “total black”. In pratica è come dire “mettetevi un pantalone qualsiasi nero e una qualsiasi tshirt nera e potete entrare senza problemi”. Tanto vale dire a tutti di mettere la maschera o di dire la parola d’ordine “Fidelio” all’ingresso…

Un altro effetto del dresscode è quello di ampliare la base clienti, andando a pescare dalle comunità goth, metal, punk e così via. Questa scelta ha anche un effetto secondario che è quello di abbassare notevolmente l’età media dei partecipanti. Questo è un bene o un male? Personalmente lo ritengo più un handicap che un vantaggio. Sebbene ci sia più di una persona che pensi che riuscire a far arrivare ad una festa qualche ragazza giovane possa fungere da “richiamo” per molte altre persone, reputo questo uno di quei casi di selezione avversa, in quanto queste persone vengono attirate non dalla possibilità di praticare BDSM, ma da quella di riuscire a vedere o conoscere qualche ragazza dell’età della loro figlia maggiore. Decisamente non il target ideale per far funzionare al meglio una serata. Oltretutto le persone molto (troppo?) giovani spesso si sentono a disagio proprio perchè si sentono “accerchiate” da tanti lupi famelici. Sono spesso anche più inesperte e tendenti più a “fare tappezzeria” che a partecipare attivamente. Ma è ovvio che queste non sono regole assolute e ognuno si comporta in modo differente.

Quindi che fare? Se il dresscode in Italia alla fine non è un filtro a maglie strette, ci si chiede a cosa serva da un lato e che alternative ci sono dall’altro. E’ un po’ un abitudine ormai… proprio perchè in fondo il dresscode non è così insormontabile, alla fine nessuno ci fa più davvero caso. Ci vuole poco a raggiungere lo “standard minimo”. Ecco… questo è il vero punto di differenza tra il dresscode come lo conosciamo noi per le feste BDSM e come invece viene inteso all’estero per le feste fetish: all’estero la gente cerca di dare il meglio, di osare sempre di più, di eccedere le aspettative degli organizzatori stessi. Mentre da noi invece la maggior parte delle persone cerca di raggiungere la soglia minima per entrare. Una bella differenza.

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Ma ci sono delle alternative per filtrare il pubblico di una serata BDSM? Certo, ma sicuramente costano molto più impegno e fatica sia per gli organizzatori che per i partecipanti stessi.  Basti pensare che proprio un paio di mesi fa ho partecipato ad un evento BDSM negli Stati Uniti dove vi erano varie centinaia di persone e il dresscode era l’ultimo dei pensieri, visto che si era  molto più impegnati a fare BDSM. E tra le scene che sono rimaste più impresse tra i partecipanti c’erano quelle in cui un Dom con un paio di pantaloni rosa si è fatto legare ed appendere da un altro suo amico. Quindi si, le alternative ci sono e sono altrettanto, se non  ancora più efficaci. Quali sono? Non è ancora per me arrivato il momento di rivelare queste mie teorie… proverò a metterle in pratica in futuro e sperimentarne la validità anche qui in Italia. Vedremo se con altrettanto successo.