Finchè contratto (di schiavitù) non ci separi…

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Doveroso aggiornamento: ci tengo a precisare che la persona coinvolta NON E’ ALBERTO LISI alias HIKARI KESHO. Non credo che questo blog abbia potuto in alcun modo generare confusione in quanto si è cercato di parlare più dei fatti che delle persone. Se così non fosse, me ne scuso con i diretti interessati.

E’ notizia di questi giorni che una coppia padovana, ormai in piena sindrome da “guerra dei Roses” (ricordate il film del 1989 con Michael Douglas e Kathleen Turner dove una coppia in crisi comincia un’escalation di ripicche e vendette che portano alla loro autodistruzione?) ha tirato fuori dal fondo di qualche cassetto un contratto di schiavitù firmato anni addietro, ancor prima del matrimonio. Matrimonio che è naufragato a partire da due anni fa e che è tristemente degenerato in una serie di denunce da parte dell’ex moglie per maltrattamenti domestici e stalking.

In effetti il contratto di schiavitù ha sempre avuto un certo fascino tra gli appassionati di BDSM, un po’ come le varie cerimonie di collarizzazione che “ufficializzano” il rapporto. Uso le virgolette proprio perchè il punto su cui i giudici padovani saranno chiamati a rispondere è se un contratto di questo genere possa o meno giustificare il tipo di rapporto stesso e le attività che esso comporta. In pratica… chi accetta, anche in un modo formale con la firma di un contratto, un rapporto dove sono previste pratiche sadomaso, può poi dichiarare che quelle pratiche non erano consensuali?

La domanda potrebbe sembrare banale, ma non lo è. E’ ovvio che un’azione non consensuale è e rimane una violenza, anche se ci si sforza di darle un altro nome.
Il BDSM però è basato proprio sulla consensualità ed ha come scopo ultimo un miglior benessere e una maggiore felicità e soddisfazione di sè di tutte le parti coinvolte. La distinzione tra violenza e BDSM è quindi molto netta e, di conseguenza, delle due l’una: ogni volta che i due facevano qualcosa o vi era consensualità o non vi era.

Non sappiamo quali siano esattamente i fatti contestati. Gli articoli che hanno riportato la notizia non hanno fornito elementi e informazioni a riguardo. Probabilmente la verità è, ancora una volta, una via di mezzo… ci possono essere state situazioni assolutamente consensuali e altre dove invece il consenso è venuto meno. L’ipotesi peggiore è che l’intero rapporto sia stato un susseguirsi di violenze e vessazioni, mascherate da rapporto BDSM e che la moglie sia riuscita solo dopo anni a “spezzare le catene” e a interrompere il rapporto. Per una denuncia è sufficiente che anche una sola delle tante volte in cui i due abbiano fatto qualcosa non vi fosse consensualità, perchè vi sia stato un caso di maltrattamenti o violenza.

Da quanto riportato dai giornali sembra che l’uomo non si fosse rassegnato alla fine del matrimonio (anche questa non è una novità, purtroppo… e il reato di stalking è nato proprio per difendersi da questo genere di attenzioni non gradite) e ha continuato a cercare e a contattare l’ex moglie anche dopo la fine del rapporto, l’allontanamento dal tetto coniugale, persino dopo le prime denunce per maltrattamenti in famiglia. Da qui la denuncia per stalking.

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Non credo che nessuno dei due sia pazzo, ma solo che si sia arrivati ad una situazione di esasperazione. Probabilmente se la separazione fosse avvenuta senza che lui dimostrasse un morboso attaccamento all’ex moglie e l’incapacità di accettare serenamente la fine del rapporto, non si sarebbe arrivati a questo punto. Ma dei se e dei ma son piene le fosse.
La mia impressione personale è che il tirar fuori un contratto di schiavitù (dalla dubbia valenza giuridica) abbia ben poca rilevanza legale sia per l’uno che per l’altra (non è ancora nemmeno ben chiaro chi dei due sia stato a tirar fuori dal cassetto il contratto, se l’uomo per difendersi e dimostrare che tutto quello che era successo era consensuale o la donna per corroborare il fatto che effettivamente c’erano stati degli atti e atteggiamenti tipici di un rapporto sadomasochistico) e che, forse, sia più una sorta di piccola vendetta a base di “sputtanamento” (altrimenti la storia non sarebbe probabilmente nemmeno finita nelle pagine di cronaca locali). Una “punizione” in attesa che un giudice si pronunci? Forse.

Se ci sono elementi oggettivi per dimostrare la non consensualità e i presunti maltrattamenti è giusto che vi sia una denuncia e una condanna. Sullo stalking che dire? Anche da quel poco che riportano i giornali pare che l’atteggiamento di lui sia stato di non riuscire a “lasciarla andare”. Ma starà al giudice esprimersi in merito.
Certo è che a gravare ancora di più sulla posizione dell’uomo, anche se non direttamente collegato a questi episodi, vi è una precedente  denuncia per violenza sessuale risalente al 2001, fatta dall’allora compagna di lui.
Vista così sembrerebbe che sia proprio una di quelle persone che “non accettano un no come risposta”…